Istat: negli ultimi 25 anni prezzi saliti del 63%. Per casa e utenze inflazione del 120%, per gli alimentari del 90%

Istat: negli ultimi 25 anni prezzi saliti del 63%. Per casa e utenze inflazione del 120%, per gli alimentari del 90%

Tra il 2000 e il 2025, il livello medio dei prezzi in Italia è cresciuto del 63%. L'incremento è stato ancora più marcato per le abitazioni e le utenze, i cui costi sono aumentati di quasi il 120%, secondo le stime dell'Istat. Anche i prodotti alimentari e le bevande hanno registrato rincari significativi, vicini al 90%. Per i servizi di alloggio e ristorazione, l'inflazione ha superato l'80%. Aumenti più contenuti hanno invece interessato comparti come istruzione, sanità e abbigliamento, dove la crescita si è attestata intorno al 40%. Ancora più limitato l'incremento dei prezzi dei beni industriali non energetici, rimasto al di sotto del 25%.

L'analisi dell'inflazione contenuta nello studio «Storie di dati. Le trasformazioni dell'Italia» approfondisce anche le differenze tra l'evoluzione dei prezzi dei beni e quella dei servizi. Come osserva l'Istat, i beni, oggi prevalentemente di origine industriale, riescono a beneficiare maggiormente dei miglioramenti della produttività del lavoro e della concorrenza internazionale, fatta eccezione per le oscillazioni legate a particolari fasi economiche, come quelle che interessano il settore energetico. Il confronto storico evidenzia che, dalla metà degli anni Cinquanta a oggi, i prezzi dei beni sono aumentati di circa 30 volte, mentre quelli dei servizi sono cresciuti di circa 60 volte.

Durante gli anni Settanta e nei primi anni Ottanta, i prezzi hanno subito una forte accelerazione in entrambi i comparti, raggiungendo tassi di crescita superiori al 20%. A determinare questa dinamica hanno contribuito gli shock petroliferi e le tensioni inflazionistiche che hanno segnato quel periodo. Dalla metà degli anni Ottanta, invece, l'aumento dei prezzi dei beni ha iniziato a rallentare più rapidamente rispetto a quello dei servizi, caratterizzati da una maggiore persistenza dei rincari. La distanza tra le due dinamiche si è ampliata ulteriormente dagli anni Duemila fino a oggi, con una crescita generalmente contenuta per i beni e più sostenuta per i servizi.

Una temporanea inversione di tendenza si è verificata nel 2022, durante la più recente crisi energetica analizzata dall'Istat, un episodio che presenta alcune analogie con le conseguenze economiche delle attuali tensioni in Medio Oriente. In quella fase, i prezzi dei beni hanno registrato una brusca impennata, arrivando a segnare aumenti a due cifre anche a causa delle difficoltà nelle catene di approvvigionamento. I prezzi dei servizi hanno reagito più lentamente, pur mostrando segnali di accelerazione. Nei tre anni successivi, la crescita dei prezzi dei beni ha rallentato in modo più deciso rispetto a quella dei servizi. Tuttavia, all'inizio del 2026, l'escalation del conflitto nell'area del Golfo Persico ha provocato una nuova impennata delle quotazioni dei prodotti energetici, riaccendendo le pressioni sui prezzi.

Lo studio dell'Istat propone anche un confronto tra il potere d'acquisto di ieri e quello di oggi, calcolando quali quantità di diversi prodotti fosse possibile comprare nel 1926 e nel 2025 con una somma equivalente a cinque euro. I risultati mostrano che, per alcuni alimenti, la quantità acquistabile oggi è inferiore rispetto a quella di un secolo fa. È il caso delle patate: nel 1926 se ne potevano comprare circa 5,5 chilogrammi, mentre nel 2025 la stessa cifra consentiva di acquistarne appena 3. Una tendenza simile riguarda anche il pane e il latte, oltre, in misura più contenuta, alla carne bovina. Si tratta di prodotti il cui costo risente in modo significativo del lavoro necessario alla produzione e di altri fattori produttivi difficilmente comprimibili.

Per altri alimenti, soprattutto quelli sottoposti a trasformazione industriale o realizzati utilizzando materie prime il cui costo è diminuito nel tempo, il quadro è invece opposto. In questi casi, la quantità acquistabile con cinque euro è aumentata sensibilmente. Nel 1926, ad esempio, questa somma permetteva di comprare circa 1,3 chilogrammi di pasta secca, mentre nel 2025 consentiva di acquistarne circa 3 chilogrammi. Un andamento analogo si osserva per lo zucchero e il caffè.

Questi cambiamenti si riflettono anche nei prezzi relativi degli alimenti. Nel 1926, lo zucchero costava circa due volte e mezzo il pane; a distanza di un secolo, il rapporto si è capovolto e il pane costa quasi tre volte lo zucchero. Il confronto, tuttavia, riguarda soprattutto i prezzi e le quantità acquistabili e non esaurisce le trasformazioni intervenute nella produzione alimentare. Nel corso dei decenni sono infatti cambiati anche i metodi agricoli, le tecniche di lavorazione e la composizione di molti prodotti industriali. Temi come l'impiego di glifosato e pesticidi nella produzione agricola e la presenza di zuccheri aggiunti negli alimenti trasformati sollevano ulteriori interrogativi sulla qualità del cibo e sulle differenze tra le abitudini alimentari di ieri e quelle attuali.