Il governo ha gestito male la questione della tassa sui pacchi.

Il governo ha gestito male la questione della tassa sui pacchi.

Il governo sta valutando di sospendere la controversa tassa di 2 euro su tutti i pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da paesi extra-UE. Questa misura era stata introdotta con la legge di bilancio a fine dicembre e aveva subito suscitato dubbi, soprattutto per il modo e il momento in cui era stata presentata. L'obiettivo della tassa era soprattutto quello di scoraggiare l'acquisto di prodotti economici dalla Cina, problematici non solo per la concorrenza sleale verso le imprese italiane, ma anche per il loro impatto ambientale e sociale.

L'Unione Europea, che ha l'autorità esclusiva sulle questioni doganali, aveva già previsto per quest'anno un provvedimento molto simile. Non c'era quindi una reale necessità che l'Italia introducesse autonomamente una tassa del genere, se non per raccogliere rapidamente qualche centinaio di milioni di euro a copertura di altre misure della legge di bilancio. Il problema ora è duplice e complesso: la tassa italiana è già in vigore e sta creando difficoltà ai corrieri, mentre a luglio entrerà in vigore quella europea, senza che sia chiaro come le due possano convivere. Queste criticità erano, tra l'altro, del tutto prevedibili.

Le aziende di spedizioni segnalano perdite nel loro giro d'affari a causa delle strategie adottate dai clienti per evitare la tassa. Alcuni pacchi vengono inviati in altri paesi europei, come Francia, Germania o Ungheria, dove la tassa non è ancora applicata, per poi essere trasportati in Italia. Confetra, una delle principali federazioni italiane dei trasporti e della logistica, ha stimato che su un aereo con migliaia di pacchetti questo percorso può costare fino a 20mila euro in più rispetto all'anno scorso, mentre il trasporto via camion da un altro paese può arrivare a circa tremila euro.

Il mercato unico europeo permette queste operazioni senza restrizioni, con il risultato che lo Stato perde entrate e le aziende italiane della logistica subiscono una perdita di lavoro.

C'è poi la questione della compatibilità con le norme europee. La legge di bilancio prevede che il provvedimento sia valido solo se conforme alle regole dell'UE, ma era già chiaro che così non fosse. L'Unione Europea ha infatti l'esclusiva sulla possibilità di introdurre tasse sulle importazioni che discriminano in base alla provenienza. La tassa italiana, invece, si applica solo alle merci provenienti da paesi extra-UE, replicando proprio questo tipo di discriminazione.

Per renderla compatibile sarebbe necessario estenderla a tutti i pacchi, indipendentemente dal paese di origine, compromettendo completamente l'obiettivo iniziale di scoraggiare l'importazione di prodotti dalla Cina.

Nonostante tutto, il governo l'ha introdotta consapevole sia di questa limitazione sia del fatto che l'UE stava già predisponendo una tassa simile. La tassa europea sarà di 3 euro per tutti i pacchi di valore inferiore a 150 euro provenienti da paesi extra-UE e entrerà in vigore dal primo luglio. Quando la legge di bilancio è stata approvata, la tassa europea era già nota, ma il governo ha deciso di anticiparla a gennaio.

Non è stato previsto cosa accadrà a luglio, se le due tasse si sommeranno o se quella europea sostituirà quella italiana. Probabilmente il governo contava di mantenere entrambe, continuando a ottenere entrate anche dopo luglio. La legge di bilancio prevede infatti introiti per 122,5 milioni di euro nel 2026 e 245 milioni annui a partire dal 2027.

Si tratta di un evidente pasticcio, nato a dicembre dall'urgenza di trovare fondi per compensare la cancellazione di un'altra tassa, quella sui dividendi delle aziende, prevista nella prima versione della legge di bilancio e fortemente criticata. A quel punto, i margini di manovra erano stretti: togliere una tassa significava inserirne un'altra per coprire le stesse entrate, e introdurre una spesa comportava rinunciare a un'altra di pari valore.

Ora il governo si trova di fronte allo stesso problema: per eliminare la tassa deve reperire gli stessi fondi, attraverso un'altra tassa o tagliando una spesa. Solo per i prossimi tre anni servirebbe più di mezzo miliardo di euro.